Se non ci metterà troppo, l'aspetterò tutta la vita.
(Oscar Wilde)



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Fenomenologia del selfie

15-07-2014

Narcisi o no, la moda del selfie prima o poi contagia tutti, diventando ogni giorno di più parola iconica di un nuovo modo di rappresentare se stessi, o meglio ancora di pubblicizzarsi. E non è un caso che anche un’istituzione come l’Oxford English Dictionary l’abbia inserita tra gli ultimi e più usati neologismi, a consacrazione della sua popolarità trasversale.

 

Selfie prima di tutto sta ad indicare una posa: quella di chi si immortala in un autoscatto realizzato con uno smartphone, allungando la mano e riprendendosi da solo. E un bisogno, quello di chi non appena ha scattato la sua foto, corre a condividerla sui social in tempo reale. Fremendo in attesa di ricevere commenti e likes.

 

Ma è una nevrosi che arriva da lontano. Vale la pena infatti ricordare come la storia dell’arte, con la pittura e la fotografia, da sempre abbia celebrato se stessa attraverso l’autorappresentazione. Chi non ricorda l’autoritratto in primo piano di Leonardo? O Velázquez che raffigura se stesso mentre dipinge i reali di Spagna nel celebre Las Meninas? O l’inqueto e intenso Van Gogh? E il geniale Warhol? Proprio lui, per primo, ha intercettato quel perverso sentimento collettivo che anima il popolo di Facebook, il «quarto d’ora di celebrità».

 

Quanto al cinema, tra i selfie d’autore, al primo posto c’è sicuramente l'autoscatto di Susan Sarandon e Geena Davis nella pellicola cult "Thelma & Louise". Tanto da essere replicato dalle stesse attrici, a oltre vent'anni di distanza, sulla prima pagina dell'ultimo numero di "Entertainment Weekly. La stessa Sarandon al termine dello shooting per la rivista, ha pubblicato su Twitter uno scatto realizzato nel backstage con la collega, suscitando l'entusiasmo dei fans, per una volta accomunati dallo stesso spensierato egotismo.





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