Non stancarti mai di aspettare perchè il giorno più bello della tua vita può arrivare domani.
(Romano Battaglia)



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#Traveltelling 07 - Fotografare le persone a volte è un rischio

28-07-2016

Se si attraversa la riserva Indiana degli Hopi nelle “Mesa” in Arizona sconsiglio vivamente anche solo di mostrare la macchina fotografica se non volete diventare parte viva di un epica caccia indiana che potrebbe costarvi cara. Meglio rispettare i cartelli che avvisano dell’antica superstizione sul “furto di anima” della fotografia. Che poi in fondo è vero che noi fotografi tentiamo sempre di rubare l'anima di ciò che fotografiamo, solo che questo furto non comporta certo perdite per il soggetto.

Oggi poi la superstizione cede il passo alla speculazione, dollari in cambio di scatti, per intenderci.

Come affrontare questo costante rischio? L'ho imparato con l'esperienza, vi racconto come.

Mi trovavo alle Mauritius. Quest’isola, anche se conosciuta come pacifico territorio turistico, in realtà è pacifico solo nelle ben protette aree turistiche, al di fuori di queste è terzo mondo con tutti i suoi limiti di povertà, ignoranza e conseguente violenza. Era stato progettato di scattare una foto nelle cascate di Eureka, all'interno dell'isola. La modella doveva salire nelle naturali gradinate di basalto, operazione non troppo facile e rischiosa perché scivolose. Non mi piace far rischiare i miei soggetti, mi sentirei morire se accadessero incidenti per fare una foto, così evito ogni rischio. Disgraziatamente un gruppetto di una ventina di locali, banda da strapazzo, si accorse della nostra presenza e uno di loro cominciò a calarsi con una corda sopra la testa della modella, aumentando il rischio e disturbando le riprese. In fondo avevo già ottenuto il mio risultato, volevo solo perfezionare, così interruppi il mio lavoro per togliere la modella dal pericolo. La banda scese, io colto dall'ira, convinto di aver individuato il responsabile andai verso di lui e lo feci letteralmente volare in acqua con uno strattone. Ci volle poco a capire che la banda non aspettava altro per attaccar rissa. Noi eravamo in netta inferiorità numerica e, sfogato il colpo d'ira mi resi conto della mia stupidità nell'aver scatenato la rissa e messo in pericolo tutti. I loschi individui cominciarono a girarmi attorno come cani rabbiosi, ma non osavano attaccare me forse perché presunto “capo” o forse perché il più grosso del gruppo. C’era una sorta di primitivo timore, ma volarono schiaffi e pugni, poi la diplomazia di chi mi accompagnava  ebbe la meglio e non ci furono feriti. 

Ma non è ancora questo che vi voglio raccontare. 

Qualche anno dopo nella sperduta isola di Pasqua, puntavo il mio obbiettivo in direzione di una banda di ragazzotti indigeni, quando questi, senza indugio, si diressero furiosi e minacciosi verso di me agitando dei bastoni. Un rapido pensiero, l'esperienza delle Mauritius riaffiorò preziosa, mi diressi verso di loro deciso, sorridente e cordiale e in linguaggio “globese” dissi allegro “hello boys, I'm Italian, you like Italy football, you like Maradona!? This is beautiful island!”. Andai dritto e deciso a dare la mano al capo che non riuscì a sottrarsi all'imprevisto gesto, i gregari fedeli, a quella incomprensibile (ma per loro comprendere è sempre vietato)  stretta di mano sorrisero con la bocca aperta sfoderando un’eloquente scacchiera. Li lasciai con le loro bocche spalancate, ancora nessuno aveva capito nulla. Oggi rimpiango solo di non aver poi immortalato i loro visi, espressione primitiva di un’umanità stupida e violenta che non manca mai di diventare protagonista di prepotenze ed aggressioni vincenti in caso di guerra. 

Mai mettersi al loro livello, questo avevo imparato alle cascate Eureka: mi sentii davvero orgoglioso di questo mio passo. 

Se, come dice un proverbio  “quando indichi la luna gli stupidi guardano il dito”, quando gli stupidi ti puntano il dito contro, tu fagli guardar la luna!