Le cose lente sono le più belle. Bisogna sapere aspettare.




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Scuotere le coscienze del mondo, parla Maurizio Marcato

04-09-2015

Lacrime di rabbia, lacrime di impotenza nel vedere profughi di una guerra assurda respinti dalle nostre opulente frontiere da forze puntellate da filosofie che ricordano l’ultimo grande massacro che ha visto coinvolto un’Europa diretta e governata da folli; si potrebbero definire “macchiette”, se non fosse per la leggerezza del suono di questa parola, incapace di descrivere la nazional ideologia come sempre sostenuta da una presunta difesa del proprio “benessere”, che va perdendosi in realtà per follie umane che vanno dalla spesa per gli armamenti alla speculazione oltraggiosa di ladri in giacca e cravatta.

Con antica e collaudata tecnica si inondano i cervelli passivi dei cittadini di “terrificanti” notizie: non è la speculazione, non è la spesa militare, non è l’arricchimento spropositato di pochi, non è quel 10% che detiene il 90% delle ricchezze mondiali che costituiscono  il problema! Sono gli immigrati che arrivano a frotte sui barconi! Sono loro la causa della vostra economia in peggioramento! Il gioco si ripete, ma non viene in mente a nessuno che una scarica di mitragliatrice di un caccia costa come mantenere un barcone di immigrati per tutta la vita? (Si fa per dire perché gli immigrati si mantengono da soli e nei paesi civili sono una risorsa vitale).



L’immagine del bambino sulla spiaggia ha toccato il cuore di tutti, la stampa ne parla la avvicina alla celebre fotografia che fu determinante perché l’opinione pubblica americana creasse pressione sufficiente per chiudere l’inconcludente guerra del Vietnam. La foto del bambino non è una grande foto, ma è una foto che di grande ha solo la disperazione di sapere che viviamo a fianco di assassini che per “difendere” il loro misero orticello non concedono credito nemmeno ai profughi che fuggono dalla follia della guerra, follia che aiuta in maniera consistente il nostro PIL con ottimi consumi bellici. Questi idioti che vorrebbero affondare i barconi e chiudere le frontiere sono pericolosi nemici dell’umanità e se fino a ieri potevamo tollerare la loro stupidità, oggi abbiamo l’obbligo, il dovere di distruggerli prima che provochino un altro drammatico olocausto.

Vorrei armarmi di macchina fotografica e andare a documentare la follia di Budapest, ho visto uno schieramento di di stampa che tra poco supera il numero dei profughi di guerra e un po’ mi spaventa, ma mi auguro di tutto cuore che siano in grado di consegnare immagini che invadano i cuori e mettano in movimento i cervelli delle persone.


Kim Phuc, la bambina della foto-simbolo della guerra nel Vietnam - Nick Út (1972)



Negli anni ’60 poche persone si erano veramente rese conto che i soldati americani stavano per iniziare una lunga e sanguinosa guerra in una terra ancora poco conosciuta del sud-est asiatico. Solamente dopo le prime immagini della TV e i commenti dei giornali, l’opinione pubblica si rese conto che era iniziata un’efferata operazione bellica che ben presto sarebbe divenuta tristemente nota come “guerra del Vietnam”.


Le scarpe della memoria sulle rive del Danubio



A Budapest, lungo il Danubio, c'è un monumento alla Shoa molto suggestivo: sessanta paia di scarpe ricordano gli addii forzati in una terra ancora oggi piena di (troppe) contraddizioni. Le scarpe sono tornate lungo il Danubio nel 2005 per desiderio e genio dello scultore Pauer Gyula affinché nessuno potesse dimenticare, ma oggi non sembra Budapest se ne ricordi.


Maurizio Marcato